DEBORA SINATRA intervista GIOVANNI RAPITI

20/05/2010


1. Quando è iniziata la sua passione per l’arte?
Essendo l'ultimo di 6 figli sono cresciuto in un ambiente dove si respirava arte: i miei fratelli e una sorella dipingevano, decoravano, si occupavano di grafica, insomma si parlava di arte. Quindi sin da piccolo ho sentito che l'arte era qualcosa che poteva occupare un posto importante nella mia vita. Il non aver frequentando poi alcun tipo di Scuola d'Arte o Accademia mi colloca nella categoria degli autodidatta.
Devo però aggiungere che io considero “arte” qualsiasi forma di creatività anche in ambito artigianale e non solo: esiste l'arte culinaria ed è arte anche fare del buon pane, è arte quella dei bravi attori, è arte quella dei grandi seduttori. Esiste l'arte della danza e della musica e persino le arti marziali.

2. Qual è stata la sua prima opera?
Escludendo i disegni che facevo nelle elementari e che entusiasmavano le insegnanti, il mio primo dipinto ad olio è stato a 13 anni: un paesaggio di Constable.
Amavo molto i vari generi, tra cui l'impressionismo e rimanevo incantato nel vedere opere di pittori del passato. Mi chiedevo spesso come potessero essere capaci di tanta maestria.
Un grande desiderio di imitarli mi porto' in seguito a eseguire su commissione Falsi d'Autore.

3. Cosa vuole esprimere con le sue opere?
Dopo i diversi approcci al genere dei Falsi d'Autore e su sollecitazione di amici ho iniziato a creare delle mie composizioni.
La scelta di cosa dipingere non è stata facile. Guardandomi dentro e sulla base dell'esperienza vissuta nello studio di culture orientali (testi vedici), nonché frequentazioni di ambienti in cui si praticava la meditazione e lo yoga ho scelto di rappresentare attraverso il figurativo, le situazioni della vita soprattutto riferite alle vicende relazionali.

4. Tra le opere da lei realizzate quale preferisce? Perché?
"Incomunicabilità" è per ora l'opera che più mi ha ispirato. In essa, ho tentato di rappresentare l'incapacità di farsi capire, di farsi accettare o accettare e comprendere gli altri.
Sebbene tutti vorremmo essere capiti, abbiamo noi stessi difficoltà a comprendere gli altri. L'essere umano diventando prigioniero delle sue idee ha difficoltà ad accettare quelle degli altri.


Positiva quindi può essere la cultura di un popolo che attraverso generazioni, sulla base delle esperienze comunitarie, si perfeziona alla ricerca di un modello equilibrato di vita che sia eticamente adattabile al buon vivere comune.
Le continue scoperte e i nuovi costumi/abitudini di vita spesso mettono in crisi questi equilibri: il matrimonio, ad esempio, che seppur con molte difficoltà era saldo fino a qualche anno fa, ora è una struttura fragile. Le coppie non riescono più a convivere.

Tra i temi dipinti c'è anche il “Tempo” che è Il più grande oppressore, poiché ad esso siamo tutti assoggettati. Nasciamo, cresciamo, invecchiamo e moriamo seguendo tappe da lui scandite.

Anche il dipinto “La proprietà” mi è molto caro perché rappresenta a mio parere le situazioni di dualità vissute da chi possiede e da chi è posseduto. Nella vita si cerca di conquistare qualcuno o qualcosa per poi esserne proprietari. Ogni possesso implica una forma di prigionia o condizionamento. Esempio: se divento ricco, forse sarò soddisfatto ma dovrò proteggere i miei averi dai ladri, dalle tasse, dal tempo e il timore di ridiventare povero è sempre in agguato.
In questo dipinto l'uomo, per appagare il suo senso di possesso tiene prigioniera una donna, ma è a sua volta riflesso nella palla al piede di lei a simboleggiare che anche lui è condizionato in una forma di autoprigionìa. Di fatto si trova li seduto a fare il guardiano.

Altro dipinto che trovo interessante è “Tema cavalleresco” dove la donna viene dipinta come oggetto di desiderio e che si fa desiderare. In questo dipinto la donna riveste un ruolo totalmente inattivo mentre è l'uomo ad essere corteggiatore, messo in una posizione di inferiorità e di totale servizio. Come se volesse spingere a mano l'imbarcazione lontano da un'isola spoglia verso un orizzonte luminoso. La totale inattività di lei può essere percepita come una forma di morte, tanto che, la barca assomiglia ad un carro funebre, questo fa pensare che in ogni relazione non bisogna mai esagerare nei propri ruoli ma trovare una forma di equilibrio.


5. Cos’è per lei la solitudine?
Mi verrebbe da dire che sia l'incapacità di stare da soli. Del resto come potrebbe sentirsi solo uno che riesce a stare bene con se stesso, spesso perché ha molti interessi o trova un equilibrio nella comunicazione con il proprio sé o con il Supremo.
L'essere umano non è fatto per stare solo, ma sappiamo tutti che ci si può sentire soli anche vivendo al centro di una città in mezzo a tanta gente.
Di norma l'uomo vive di emozioni e quando non riesce a condividerle e o scambiarle con altri sperimenta la solitudine.
L'incapacità di provare emozioni spesso porta a fare uso di droghe che possono essere sperimentate in solitudine o in gruppi circoscritti a sua volta isolati dai vari contesti.

6. Nelle sue opere lei divide “realtà” e “fuga dalla realtà”?
Cosa è la realtà? Nei Veda si dice che tutto il mondo fenomenico è una illusione. L'esempio è il sogno: mentre sogniamo ci sembra di vivere la realtà, scappiamo davanti ad un pericolo, e spesso abbiamo paura, scoprendo poi l'infondatezza di tale pericolo al risveglio!
La saggezza orientale asserisce che il mondo fenomenico è il frutto della nostra fuga dalla realtà spirituale per entrare a far parte della natura illusoria materiale. Noi, anime spirituali, vivendo in questo mondo materiale, seppur illusorio, siamo di fatto prigionieri di un corpo con cui sperimentiamo gioia e dolore e dato che il dualismo ne è la causa, tento di rappresentarne alcuni meccanismi. L'effetto può essere che possiamo a volte renderci conto che siamo noi stessi in parte, artefici delle nostre pene, nei nostri confronti e nel rapportarci con gli altri.

7. Cos’è per lei la chiave di comprensione o lettura critica di un’opera?
La lettura di una mia opera è lo scoprire un'attinenza con le esperienze del vivere quotidiano, le nostre ed altrui situazioni. A volte un dipinto fornisce una intuizione a concetti difficili da focalizzare con altri mezzi come la scrittura o la parola.

8. Qual è la sua lettura, ovviamente non solo iconografica, dell’opera?
Nel caso del dipinto “Incomunicabilità” la mia chiave di lettura è che la donna desidera farsi capire, l'uomo è disperato nel voler comprendere e comunicare, ma a giudicare dal numero di chiavi la situazione sembra destinata a non risolversi. Il paesaggio brullo, desolato ed aspro, seppur luminoso lascia ancor più soli i due protagonisti. Il masso nero su cui la donna si posa sembra un altare sacrificale in cui prende rifugio. La sua mano tesa è una possibilità di concedersi, sempre che lui sia fortunato nel trovare la chiave giusta. Tuttavia, accade che persone che osservano il dipinto sono capaci di trarne spiegazioni assai fantasiose e molto interessanti.
Spesso, anche quando si desidera comunicare non si ha l'occasione, o la forza o la capacità di farlo e molti messaggi importanti rimangono inespressi. Prova questa dei complessi meccanismi mentali a cui siamo assoggettati.
Nei miei dipinti non ci sono riferimenti storici e se compare qualche personaggio conosciuto è utilizzato solo come simbolo per raffigurare un concetto.

9. È stato ispirato da qualcuno o da qualche particolare evento nel realizzare quest’opera?:
Certamente da osservazioni di episodi e situazioni della vita quotidiana mia ed altrui.

10. Esistono delle soluzioni per superare il muro e la prigionia dell’incomunicabilità e per trovare la chiave di comprensione?:
Sicuramente ci sono infinite soluzioni. L'essere più umili, ad esempio, può aiutare ad abbattere questa barriere. La conoscenza, la condivisione, l'accettazione, la partecipazione, la generosità usate nel modo appropriato favoriscono la comunicabilità.
Per quanto riguarda le masse, dovrebbero essere incoraggiate a migliorarsi e perfezionarsi all'interno delle proprie culture e tradizioni, rispettando le altrui culture.

11. La corazza dell’incomunicabilità è un qualcosa di innato che l’uomo possiede a priori o qualcosa che gli esseri umani “costruiscono” col passar del tempo?:
Per natura l'essere umano tende a comunicare e vivere in modo comunitario. Le barriere spesso sorgono quando per abitudine scegliamo un modo di essere che contrasta con le scelte e libertà altrui.


12. L’incomunicabilità può essere una “maschera” che l’uomo sceglie appositamente per dividere la propria esistenza da quella degli altri? Può, cioè, essere intesa come un tentativo di nascondersi?
Può essere anche un tentativo di nascondersi. Il non comunicatore puo' pensare di essere superiore agli altri e quindi ignorare chi lo circonda. Altri non comunicatori possono farlo per timore del confronto. Altri ancora possono essere alienati o semplicemente depressi. Altri possono fingere di comunicare e lo fanno solo per trarne giovamento a loro favore creando opportunità per se e danno per altri.
Quindi anche chi comunica dovrebbe farlo nel modo appropriato per il bene di tutti.
Quando si parla di incomunicabilità credo ci si riferisca a tutti i tipi di incomunicabilità: tra uomo e donna, tra vicini, tra parenti, fra amici, fra colleghi di lavoro, fra classi sociali, fra razze, fra religiosi di diverso culto, fra ricchi e poveri, fra giovani e vecchi, fra nazioni, fra promotori di diverse ideologie ecc.
Avere a che fare ad esempio con la burocrazia può essere una delle massime esperienze di incomunicabilità come ha saputo descrivere molto bene Franz Kafka nei sui libri.
Nell'attuale era in cui viviamo, la comunicazione è un elemento che riveste una grande importanza. Con la televisione, giornali, internet, cellulari, siamo tutti incoraggiati a comunicare. Riusciamo però a comunicare veramente?
Quanti utilizzano questi strumenti per nascondersi o isolarsi di più?
Network come l'attuale Facebook e simili, offrono la possibilità di ritrovare vecchi amici e conoscenti e poter così scambiare in ogni momento comunicazioni di vario genere. Questa è una meravigliosa possibilità, anche se, bisogna tener conto che passare troppo tempo con queste nuove strumenti di comunicazione può portare a comportamenti di dipendenza a danno di altre forme comunicative più dirette.
Inoltre, la tecnologia oltre che facilitare in senso buono la comunicazione, sta invadendo la vita delle persone, tanto da far sorgere il problema della “privacy”.
Le notizie, merce trattata dai media, sono parte di un potere economico. Possono essere usate per informare la gente, ma possono anche essere utilizzate per denigrare qualcuno e spesso le si usano per giochi di parte, ovvero, giochi di potere.

13. Con l’ingrandimento delle moderne metropoli l’essere umano ha iniziato una rottura dell’antica simbiosi uomo-natura? Esiste una forma di incomprensione tra essere umano e “madre terra”?
Possiamo dire che l'essere umano che vive in una metropoli fra il cemento. sia "disadattato" proprio come un animale in cattività. Considerando però che la "Natura" gli ha dato tale possibilità di sviluppo, dobbiamo pensare che anche questo sia parte del suo divenire e ciò pone l'essere umano in una dimensione assai misteriosa. La sua adattabilità!
A differenza degli animali, che interagiscono con la natura senza alcun sviluppo tecnico dell'ambiente, l'uomo ha la potenzialità di interagire con il mondo fenomenico. In futuro ci saranno sempre nuove scoperte che rivoluzioneranno le abitudini quotidiane.
Concludiamo però considerando che l'uomo, a differenza di un animale, anche se mangia in un bel piatto seduto a tavola su un meraviglioso appartamento al 90° piano di un grattacielo avrà sempre a confrontarsi con i suo piccoli, quotidiani problemi mentali e relazionali.